diapositiva1

JEME, la Junior Enterprise dell’Università Bocconi, presenta “Young Entrepreneurs”, una rubrica dedicata al mondo dell’imprenditoria giovanile, in cui periodicamente sono pubblicate le testimonianze di alcuni dei protagonisti del mondo delle startup e delle imprese più innovative d’Italia. L’iniziativa nasce dall’omonimo evento realizzato da JEME a maggio 2014, che ha riunito oltre 40 startupper, fondi di venture capital, incubatori e professionisti dell’IT. Negli anni, JEME ha continuato a concentrarsi sul tema dell’imprenditorialità, collaborando con incubatori e imprenditori italiani su progetti, eventi e occasioni di confronto. Tramite questa campagna, JEME si prefigge lo scopo di raccogliere le loro storie, le loro aspirazioni e i loro consigli, di descrivere le caratteristiche di un mondo che in Italia è in costante sviluppo. Il nostro young entrepreneur del mese è Alessandro Prest, la mente dietro “Logograb”, un’applicazione per il riconoscimento di marchi e loghi attraverso la fotocamera del proprio dispositivo.

LogoGrab

Come è nata l’idea di Logograb? Da chi è composto il team di fondatori e perché vi siete trasferiti in Irlanda?

A partire dal 2012 ci siamo accorti che le piattaforme social erano sempre più focalizzate sulle immagini. Alle aziende, invece, mancava uno strumento che permettesse loro di capire come le persone parlassero di loro attraverso queste immagini, per esempio per capire quante volte un brand apparisse nelle foto. Così, unendo le mie competenze e conoscenze tecniche (laurea in Computer Science e PhD in Artificial Intelligence all’ETH Zurich N.d.R.) alle capacità di business di Luca, abbiamo iniziato a sviluppare il nostro prodotto nel 2013. Luca ed io siamo due profili perfettamente complementari e questo ci aiuta ad affrontare i problemi da punti di vista diversi, trovando soluzioni più complete. Nel 2014 ci siamo trasferiti in Irlanda, dove abbiamo trovato un ambiente più favorevole al business rispetto all’Italia; infatti qui è possibile sviluppare una start up senza essere schiacciati dalla burocrazia ancora prima di essere attivi sul mercato.

Com’è, da italiani, lavorare e fare impresa in un paese straniero?

Non avendo mai lavorato in Italia mi verrebbe da chiedere com’è lavorare in Italia (risata). Rispetto all’Italia, qui in Irlanda viene data molta più importanza alle potenzialità di una persona rispetto che alla sua esperienza; per cui in un contesto aziendale, a parità di responsabilità, ci si trova di fronte persone molto più giovani

In cosa consiste esattamente il vostro business model?

La nostra tecnologia, in grado di riconoscere i loghi con una precisione di altissimo livello, viene usata dalle aziende per aumentare l’interazione con i clienti (ad esempio scannerizzare un prodotto per ottenere uno sconto), per capire come le foto dei propri prodotti vengono pubblicati sui social, ma anche ad esempio per scoprire se il proprio logo è presente su siti non autorizzati. Abbiamo creato una tecnologia fortemente scalabile, con possibili applicazioni davvero ampie.

Collaborate con aziende multinazionali come McDonald, Heineken e Nestlè: è difficile da piccola start up dover trattare con partner così grandi?

Inizialmente, quando non avevamo ancora una struttura di vendita ben sviluppata, ci spaventava un po’ l’idea di lavorare con aziende molto grandi, per questo all’inizio ci siamo orientati sui brand minori. Più avanti siamo riusciti ad attrarre molti talenti nella nostra rete di vendita (tra cui l’ex direttore di vendita di Oracle) e a spostarci verso clienti più grandi. Di fatto, è una questione psicologica e di approccio: la cosa importante è avere qualcuno che ha già esperienza e sa come si tratta con le grandi multinazionali. Un altro elemento importante è il prodotto che offri: noi sappiamo di avere il miglior prodotto sul mercato e questo ci aiuta ad essere difficilmente sostituibili.

Laurea con lode in Computer Science all’università degli Studi di Udine, D. in Artificial Intelligence all’ ETH Zurich e ora lavori a Dublino: cosa ti ha insegnato vivere, studiare e lavorare in Paesi diversi? Ti piacerebbe tornare in Italia?

Noi italiani abbiamo la fortuna di essere persone estremamente creative, con una formazione di base molto solida e con un background culturale che ci insegna “ad arrangiarci” indipendentemente dalla situazione in cui ci troviamo. Per cui ho imparato a sfruttare la creatività italiana in ambienti di qualità più elevata.
In questo momento mi piacerebbe tornare in Italia solo come turista: purtroppo in Italia non è possibile riuscire a portare avanti una start up di questo tipo nello stesso modo con cui è possibile farlo qui in Irlanda.

Hai una grandissima esperienza e conoscenza dell’Artificial Intelligence: credi che l’AI rivoluzionerà veramente il mondo in cui viviamo? Che possibili applicazioni vedi nei prossimi 5-10 anni?

Il tema dell’intelligenza artificiale è fortemente inflazionato di aspettative che nel breve termine verranno sicuramente ridimensionate.  Alcune aziende stanno facendo investimenti sproporzionati in questo settore, investimenti che in alcuni casi non sono basati sull’effettivo potenziale di questa tecnologia ma sono solo basati su un sogno irrealizzabile. Come ogni nuova tecnologia è importante distinguere le reali possibili applicazioni dall’hype che si crea. Un esempio molto concreto di AI sono i cosiddetti recommendation engines, quegli strumenti che sono in grado di prevedere e suggerire i nostri gusti. In questo campo vedremo ulteriori sviluppi.

Un consiglio diretto per un giovane studente che sogna di diventare imprenditore?

Mi permetto di dare due suggerimenti, uno più tecnico (dal mio punto di vista) e uno più legato al Business. Per quanto riguarda l’aspetto tecnico non bisogna pensare troppo. Se sai di sapere una cosa, lanciati senza troppi scrupoli. Conosco molti esperti con ottime idee che tirano il freno a mano da soli e, per paura di lanciarsi, non riescono ad esprimere il loro potenziale.

Dal punto di vista del Business, il mio consiglio è di capire il prima possibile che cosa stai vendendo e a chi serve. Di fatto, occorre avere un focus molto forte sul cliente così da comprendere le sue necessità. Infatti, se noi fossimo rimasti a lavorare con piccole aziende e piccoli brand avremmo costruito un’azienda molto meno scalabile. Questo non ci era chiaro all’inizio ed è stata una delle lezioni più toste da imparare.

 

Il salto da mondo universitario a mondo del lavoro è molto grande, per questo realtà come JEME vogliono dare la possibilità agli studenti di applicarsi fin da giovanissimi su veri casi aziendali. Secondo te cosa può insegnare lavorare all’interno di una Junior Enterprise?

È geniale! Lo vedo come un grande vantaggio. Rimpiango di non essermi immerso nel mondo del lavoro fin dall’Università. Credo che far parte di una Junior Enterprise aiuti molto a capire i problemi e trovare delle soluzioni agli stessi. Forse questo è uno degli aspetti che manca al sistema scolastico italiano: un collegamento diretto col mondo del lavoro, già a partire dal primo anno di università, anzi, già dalle scuole superiori.

 

Prodotti correlati

Inizia a digitare e premi Enter per effettuare una ricerca