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Chi meglio dei nostri alumni potrebbe descrivere la realtà di JEME Bocconi Studenti? Abbiamo perciò deciso di condividere alcune storie di alumni che sia durante il loro percorso in JEME sia durante la loro carriera hanno rappresentato esempi di eccellenza e successo, valori che la nostra organizzazione stimola a far crescere nei nostri associati.

Stefano Tommasi

Qual è stato il tuo percorso in JEME?

Sono entrato in JEME a fine ’94 e, visto che oltre a studiare lavoravo presso uno studio commercialista, ho potuto applicare la mia esperienza direttamente sul campo come tesoriere. Anche perché ai tempi non era ben definito il regime fiscale a cui dovevano sottostare le Junior Enterprise e non era un ruolo semplice.

Quando sono arrivato io, JEME era ridotta al lumicino, i membri si contavano sulle dita di una mano e andava riguadagnata la reputazione presso la Bocconi: JEME era vista come un manipolo di ragazzi intraprendenti che voleva solo sfruttare il nome dell’università a fini personali e di lucro.
Abbiamo cercato di rilanciare JEME, facendo subito una campagna di recruiting che ha portato al suo interno una decina di nuovi ragazzi ed è stato l’anno in cui ci hanno dato l’ufficio in Via Calatafimi.

JEME mi ha anche portato in JADE Europa, per la quale sono stato un anno a Bruxelles. Eravamo un team di 8 persone incaricate di aprire il primo ufficio di JADE, anche questa è stata un’esperienza che mi ha veramente cambiato le prospettive. Abbiamo conosciuto ragazzi di tutto il mondo e di ogni cultura: ad esempio una sera alle 23 ci hanno suonato due ragazzi rumeni che erano venuti in auto da Bucarest perché volevano aprire una Junior Enterprise e avevano bisogno di consigli per capire come potevano fare: li abbiamo ospitati per qualche giorno cercando di trasmettergli il più possibile e poi sono ripartiti. È stata un’esperienza internazionale veramente unica e formativa, soprattutto per quegli anni dove non era ancora così diffusa la pratica dell’Exchange.

 

Qual è stato il tuo percorso dopo l’università?

Ho lavorato per una società che faceva training e sviluppo organizzativo che si chiama Dale Carnegie Training. Facevamo corsi su soft skills, visione manageriale e sviluppo organizzativo. Ho lavorato lì due o tre anni ed è lì che ho cominciato a pensare Innext.

Mettermi in proprio e fondare Innext con Francesco Ferri è stato un po’ come fare lo startupper quando non era così di moda. Siamo partiti dai nostri amici di JEME e più avanti, quando ci siamo allargati ulteriormente, abbiamo trovato molte persone attraverso J-Ex, un evento lanciato per la prima volta al decennale di JEME.

 

In che modo pensi che JEME ti abbia aiutato/preparato per il tuo percorso nel mondo del lavoro?

JEME per noi di Innext è un pezzo estremamente importante: il nucleo di fondatori si è conosciuto in JEME. È stato molto importante perché fondandola ci siamo portati dietro lo spirito e la voglia di fare che c’è in JEME. Voglia di fare business divertendosi, in amicizia, con passione, vedendo la propria avventura più come una mission che come un lavoro formale. JEME ci ha dato la possibilità di vedere che era possibile unire la passione al lavoro, al business. Ovviamente la professionalità aumenta nel tempo perché non si è più studenti, però se penso a noi, gli eventi che organizziamo non mi sembrano molto diversi da quelli che ricordo organizzavamo con JEME. Per quella che è la mia esperienza in Innext c’è veramente tanto di JEME e le persone che nel tempo ci hanno raggiunto da lì, si sono sentite come a casa e noi ci sentiamo davvero bene con loro.

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